STORIA DELLA IDROCOLONTERAPIA

 

Le origini dell’idrocolonterapia risalgono a tempi antichi. Già nel Papiro di Ebers, del 1552 a. C. (il documento che ci ha consentito di documentare le principali attività mediche dell’antico popolo Egizio) si ritrovano notizie riguardanti le indicazioni per l’uso dei clisteri come rimedio per più di 20 sintomi gastrici e intestinali.Farmaci, erbe e succhi venivano somministrati mediante zucche usate come serbatoi attraverso canne e cerbottane fatte con foglie secche di papiro.
Secondo William Liebermann la conferma dell’uso frequente del clistere da parte degli Egizi viene da Erodoto, che nel 5° secolo scriveva: “ gli Egizi si purificano nell’arco di 3 giorni consecutivi, ogni mese, mantenendosi in buona salute con emetici e clisteri, poiché pensano che tutte le malattie derivino all’uomo dal cibo che ingerisce”
Anche gli antichi Greci e Romani hanno contribuito alla storia dell’idrocolonterapia. Ippocrate (4° e 5° secolo a.C.) utilizzava i clisteri per la cura della febbre e altri disturbi corporei. Il medico romano Asclepiade di Bitinia (2° secolo a.C.), considerato uno dei padri della medicina romana, preferiva l’uso dei clisteri a quello dei lassativi per la cura dei vermi intestinali e delle febbri. Proseguendo in senso cronologico, la successiva citazione scritta sull’uso del clistere si trova nel “De Medicina” di Celso (25 a.C. - 50 d.C.): “Questo rimedio non dovrebbe essere prescritto troppo spesso, e non dovrebbe essere troppo caldo o troppo freddo”. Il medico di origine greca Galeno (129-199 d.C.) era pure un sostenitore del clistere: a differenza di Aetius, un medico greco del sesto secolo che proponeva clisteri di sola acqua, Galeno prescriveva clisteri di vario tipo, compresi quelli con olio e miele.
Il primo strumento documentato per l’idrocolonterapia è stato dunque la siringa da clistere. Non è tuttavia certo a chi appartenga la sua paternità. L'uso di un cilindro cavo con un pistone mobile per aspirare e iniettare liquidi era conosciuto in tempi remoti. Erone di Alessandria, vissuto circa 100 anni prima di Cristo, descrisse uno strumento che aspirava fluidi per effetto del vuoto, e in una traduzione latina del sedicesimo secolo della sua opera fu aggiunta la figura di una siringa per illustrare il testo originale. Lieberman attribuisce ad Avicenna (980-1036 A.D.) la prima descrizione della siringa Anche se non è sicuro se certi oggetti trovati negli scavi archeologici romani funzionassero secondo lo stesso principio, certamente ne descrisse uno il grande chirurgo e medico arabo Albucasis di Cordoba (1013-1106) nella sezione sulla chirurgia della sua opera Al Tasrif (vademecum), scritta verso la fine del decimo secolo, che rimase il libro di testo fondamentale per vari secoli successivi. Spink e Lewis hanno riprodotto quel lavoro di Albucasis in una pubblicazione del Wellcome Institute of the History of Medicine utilizzando due manoscritti arabi e fornendone una traduzione inglese a fronte. Sembra evidente che si tratti di una piccola siringa a pistone. Comunque la descrizione fornita da Albucasis non lascia dubbi. Lo strumento "è d'argento o d'avorio, cavo, con un lungo tubo sottile, come una sonda; interamente cavo con l'eccezione della parte finale. [...] La parte cava contenente il pistone è esattamente di dimensioni tali da essere chiusa da questo, cosicché il liquido è aspirato quando lo si tira su, e quando lo si spinge giù è emesso in un getto". Questo dimostra che piccole siringhe esistevano al tempo di Albucasis, che tuttavia non ne rivendicava l'invenzione come strumento per irrigazione colica, ma per la pulizia delle orecchie e per iniettare un fluido nella vescica del paziente attraverso l'uretra. Per i clisteri non suggerì l'uso della siringa descritta prima, che forse era troppo piccola e delicata, ma piuttosto presentò uno strumento del tutto differente. Si trattava di un tubo rigido sagomato con due rigonfiamenti ravvicinati tra i quali si poteva legare strettamente il bordo di una membrana di origine animale che fungeva da contenitore per il liquido e che veniva compressa con le mani. Questo equivaleva a una borsa connessa a una cannula rigida, cioè un tipo di strumento che rimase prevalente fino al sedicesimo secolo. Dopo aver descritto le due parti dello strumento e il suo insieme Albucasis spiegava in dettaglio come usarlo per somministrare un clistere.
Durante il Medio Evo le informazioni sul clistere continuarono a diffondersi ed il suo uso divenne di moda tra i ceti abbienti della popolazione, raggiungendo gli alti livelli delle famiglie reali. Naturalmente, a questa crescita di popolarità fece seguito l’evoluzione del relativo strumentario.
Uno dei primi apparecchi descritti è quello svilppato da Fabrizio Hildano. In aggiunta all’ormai popolare concetto della vescica egli introdusse dei morsetti per controllare la fuoriuscita di fluido dalla sacca, con l’aggiunta del beneficio di poter aggiungere altro liquido durante il trattamento senza estrarre la cannula di irrigazione.
L’utilizzo del clistere continuò a crescere e al tempo del famoso chirurgo inglese John Ardene (1307-1390) era impiegato “in modo estensivo dalle donne Inglesi di quel tempo…”. Ardene scrisse un trattato intitolato “Treatise of Fistula-in-ano, Hemorrhoids and Clysters" dove consigliava di rinunciare a formule complicate costituite da diversi ingredienti per somministrare i clisteri, perché, sosteneva, lasciano i pazienti più costipati di prima. Ardene raccomandava ad ogni persona, stitica o meno, di purgarsi almeno tre o quattro volte all’anno per mantenersi in buona salute.
Nel 1480 Luigi XI, Re di Francia, accusò un attacco apoplettico che venne risolto da un clistere somministrato secondo le direttive del suo medico, Angelo Catho, che scrisse: “il Re divenne un così forte sostenitore dei clisteri da farne praticare uno ai suoi cagnolini quando riteneva che ne avessero bisogno”.
Le prime illustrazioni attendibili riguardanti l’uso della siringa per somministrare clisteri risalgono appunto al quindicesimo secolo. Una, forse la prima, appare nel libro del 1497 Das Buch der Cirurgia di Hieronymus Brunschwig, quasi nascosta in mezzo a innumerevoli altri strumenti chirurgici. Una siringa dello stesso tipo, questa volta in uso, si vede chiaramente in un bassorilievo di legno dello stesso secolo conservato presso il museo Gruuthuse di Bruges. Si trattava probabilmente dell'insegna di uno speziale e la scena piuttosto curiosa mostra la somministrazione a domicilio di un clistere a una donna attraverso una finestra.
Nel sedicesimo secolo ormai la siringa aveva il favore della maggioranza dei medici e degli speziali, ma c'era ancora qualcuno che preferiva la vecchia borsa per clisteri. La siringa comune però non era adatta all'autosomministrazione da parte del paziente, per cui già nel 1564 il celebre chirurgo francese Ambroise Paré nei suoi Dix Livres de la Chirurgie presentò, accanto a una siringa normale, uno strumento inventato da lui per quello scopo. Questo sembrava però uno strumento a gravità piuttosto che una siringa, perché presentava un coperchio per la parte cilindrica ma non un pistone. Nonostante ciò, Paré lo descrisse un po' curiosamente come "un’altra siringa per una donna che sarà pudica, la quale potrà somministrarsi il clistere da sola".
Il 17° Secolo divenne celebre come “l’età del clistere”. Nella società parigina era di moda farsi tre o quattro clisteri al giorno, secondo la credenza popolare che un lavaggio interno era essenziale per un buono stato di salute. Questa popolare accettazione da parte delle folle contribuì a “togliere” i clisteri dalle mani degli apotecari e degli speziali, che fino ad allora ne erano stati i depositari.
Il clistere raggiunse il suo apice nei primi anni del regno di Luigi XIV (1638-1715), che, si dice, abbia ricevuto più di 2000 clisteri durante la sua vita. A volte il Re usava ricevere visitatori e funzionari di corte proprio mentre si sottoponeva al clistere.
In questo periodo le siringhe erano forgiate in diverse maniere. Potevano essere di rame o di porcellana, ma i ricchi avevano siringhe di madre perla e argento. Era considerata buona pratica possedere diverse siringhe, e alcune famiglie aristocratiche addirittura possedevano ricche collezioni di questi strumenti.
Il grande medico e fisiologo olandese Reinier de Graaf, morto a 32 anni nel 1673, constatò che molti pazienti per pudore rifiutavano di farsi somministrare clisteri da estranei, ma trovò che tutti gli strumenti allora esistenti che consentivano l'autosomministrazione, come la vecchia borsa legata a una cannula, o le siringhe con cannule ricurve o ad angolo retto, avevano gravi inconvenienti e limitazioni. Perciò de Graaf decise di ideare e presentare un suo strumento, che era una siringa normale dotata di un tubo impermeabile flessibile interposto tra il cilindro e la cannula. Per questo de Graaf scrisse un trattato pubblicato nel 1668 come seconda parte del trittico De Virorum Organis Generationi Inservientibus, de Clysteribus et de Usu Siphonis in Anatomia e presentò anche un'illustrazione del suo tubo flessibile. Secondo de Graaf col suo nuovo strumento un paziente poteva evitare la presenza dello speziale, o poteva proteggere il proprio pudore rimanendo sotto le coperte e lasciando allo speziale solo il compito di manovrare la siringa. Poco dopo la pubblicazione del suo trattato, in cui tra l'altro gli speziali erano esortati a non essere ostili alla diffusione di quello strumento, de Graaf scrisse (in una lettera) che aveva ancora difficoltà a trovare un materiale ideale per la costruzione del tubo flessibile.
Un tipo di siringa che ebbe un certo successo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo comprendeva un raccordo metallico tubolare collegato al corpo dello strumento da un lato e alla cannula dall'altro, formando un doppio angolo retto. Il paziente si sedeva con cautela sulla cannula e spingeva in basso il pistone della siringa con le due mani. Tale strumento era talvolta incorporato in uno sgabello. Una variazione di questo strumento, con uno stantuffo a vite elicoidale, venne pubblicata originariamente da Giovanni Alessandro Brambilla in Instrumentarium Chirurgicum Viennese del 1781.
Nella prima metà del diciannovesimo secolo tre inventori inglesi si misero in competizione per produrre e propagandare nuovi strumenti per clisteri, superiori (secondo loro) a tutti quelli precedenti, e in particolare alla siringa tradizionale. I loro nomi erano John Read (che non era medico ma aveva una particolare inclinazione per la meccanica), Edward Jukes (chirurgo e forte propugnatore dei clisteri) e James Scott (medico chirurgo fautore dei clisteri abbondanti e probabilmente l'autore più prolifico su questo argomento). Gli strumenti proposti da questi inventori erano straordinariamente simili, e tutti erano piccole siringhe usate come pompe con un'azione intermittente, aspirante e premente. Il primo di questi strumenti fu brevettato da Read nel 1820 e raccomandato in due suoi libri molto simili del 1824, An Appeal to the Medical Profession e A Vindication of Read's Patent Syringe.
Nel 1846 il medico francese Éguisier presentò uno strumento chiamato da lui "irrigateur", conosciuto anche molto più tardi sotto il suo nome e particolarmente utile per l'autosomministrazione dei clisteri senza la necessità per il paziente di dover pompare. L'apparecchio, approvato dall'Académie Nationale de Médecine, era una grande siringa verticale munita di un rubinetto, di un tubo flessibile collegato a una cannula, e di un meccanismo azionato da una molla. L'irrigatore ebbe un notevole successo, specialmente in Francia, al punto che ne furono anche prodotti modelli molto eleganti con decorazioni smaltate. Fu anche venduto in Inghilterra verso la fine del secolo e ne troviamo un'illustrazione nel catalogo del 1895 dei grandi magazzini Harrod's. Erano gli strumenti per clisteri più costosi (circa 3 volte il prezzo dei nuovi irrigatori a gravità e 6 o 7 volte il prezzo di una peretta), ma nonostante ciò non furono abbandonati fino a dopo il 1930.
In Francia apparvero perfino nelle illustrazioni dei romanzi erotici dell'epoca, forse per il loro aspetto elegante…
Nel 1872 un altro medico britannico, W. L. Shepard, presentò due piccoli strumenti per clisteri di sua invenzione, chiamati Simplex e Facilis, in un articolo pubblicato quasi contemporaneamente sia su The Lancet che su The British Medical Journal. In quell'articolo Shepard criticò i difetti della siringa tradizionale di ottone, dell'irrigatore di Éguisier e delle pompe di gomma di Higginson e di Kennedy, ma non menzionò gli strumenti precedenti di Read, Jukes e Scott, che erano chiaramente i predecessori dei suoi. Il Simplex era costituito da due piccoli cilindri verticali di cui quello superiore di diametro più piccolo, tenuto in alto da una molla, penetrava in quello inferiore come un pistone. Il liquido era aspirato attraverso una valvola contenuta nel fondo dello strumento ed era spinto fuori attraverso un'altra valvola laterale collegata a un tubo flessibile. L'intero apparecchio era alto solo 4 pollici e poteva essere azionato con una mano sola. Il Facilis era molto simile, ma era alto solo 3 pollici e aveva due tubi laterali con valvole, uno per l'entrata e uno per l'uscita del liquido, più un terzo per il riflusso di parte del liquido.
Continuando nell’evoluzione dello sviluppo delle apparecchiature, uno dei pezzi più originali è stato il “Plombieres” disegnato da De Langenhangen. Questo strumento fu presentato nel 1898 e consentiva al paziente di eseguire la procedura in posizione reeclinata. La pressione e il flusso dell’acqua erano regolabili.
Il patologo viennese Anton Brosch è considerato il pioniere dell’enteroclisma subacqueo. Somministrava il liquido per l’irrigazione attraverso un tubo che inseriva nell’intestino del malato prima che questi entrasse nella vasca. Nel bagno stesso l’acqua corrente calda portava via tutti gli escrementi che uscivano vicino al tubo. In seguito installò un tubo di scarico direttamente vicino all’ano perché assorbisse la maggior parte degli escrementi. Nel 1922 il dr. Olpp imparò il metodo di Brosch e trasformò quell’apparecchio che a livello igienico era insoddisfacente. Da quel momento si chiamò enteroclisma subacqueo: qui il tubo intestinale e l’imbuto per le feci erano forniti di guarnizioni di tenuta, quindi nell’acqua del bagno rimanevano molte meno feci. Inserì anche una valvola sferica nel tubo intestinale per il controllo della pressione, riducendo il rischio di perforazione intestinale.
L’Hydrotone di Kennison è stato uno dei primi sistemi “aperti”. Era costituito da un tavolo intgeramente in metallo, con rubinetti per l’acqua calda e fredda e una bacinella per il drenaggio, il tutto connesso alle tubature dell’acquedotto in modo sanitario. L’operatore sedeva al lato del tavolo e tutti i controlli erano a portata di mano. La cannula di irrigazione era di acciaio temperato e permetteva sia l’influsso che il deflusso, rendendo così possibile l’irrigazione continua.
Lo sviluppo successivo è stato l’Apparato di Dierker, uno dei primi sistemi “chiusi”. descritto da Waddington come “uno strumento che promuove la fisiologica peristalsi e rimuove il contenuto di sacche e diverticoli…”. Era prodotto in due modelli, corrispondenti a diversi modi di somministrare l’idrocolonterapia. Nell’idrocolonterapia “alta” il tubo di irrigazione veniva inserito per oltre un metro nell’intestino attraverso il retto, facendo sì che l’acqua “sciacquasse” letteralmente il contenuto intestinale fuori dall’ano. Nell’idrocolonterapia “bassa”, che è quella effettuata anche attualmente, il tubo rettale veniva sostituito da uno speculum o anoscopio che veniva inserito per 6-10 cm nel retto, consentendo all’acqua di ammorbidire lentamente il contenuto fecale a partire dal retto e, attraveso il sigma, alle altre diverse porzioni del colon.
Lo sviluppo successivo è stato l’Apparato di Dierker, uno dei primi sistemi “chiusi”. descritto da Waddington come “uno strumento che promuove la fisiologica peristalsi e rimuove il contenuto di sacche e diverticoli…”. Era prodotto in due modelli, corrispondenti a diversi modi di somministrare l’idrocolonterapia. Nell’idrocolonterapia “alta” il tubo di irrigazione veniva inserito per oltre un metro nell’intestino attraverso il retto, facendo sì che l’acqua “sciacquasse” letteralmente il contenuto intestinale fuori dall’ano. Nell’idrocolonterapia “bassa”, che è quella effettuata anche attualmente, il tubo rettale veniva sostituito da uno speculum o anoscopio che veniva inserito per 6-10 cm nel retto, consentendo all’acqua di ammorbidire lentamente il contenuto fecale a partire dal retto e, attraveso il sigma, alle altre diverse porzioni del colon.
Nel 1906, il Dr. Kellog, chirurgo nello Stato americano del Michigan, ha pubblicato un esteso trattato sulla idrocolonterapia; nel suo libro egli la raccomanda per numerose condizioni morbose, tra cui le malattie epato-biliari, lo shock chirurgico, le coliti ed il colera. L'importanza della idrocolonterapia è stata sottolineata da molti medici di quel periodo, tra cui vanno soprattutto ricordati il Dr. James A. Wiltsie e il Dr. Joseph E.G. Waddington. Quest'ultimo, in una sua pubblicazione intitolata "Irrigazione Intestinale Scientifica e Terapia Adiuvante", delinea la posizione di molti suoi contemporanei, affermando che "il funzionamento non corretto del canale intestinale è precursore di molte malattie, soprattutto di quelle croniche. Il ripristino della normale eliminazione del contenuto dell'intestino è spesso la fase preliminare che porta al recupero della condizione di salute globale". Il Dr.Wiltsie sosteneva che "le nostre conoscenze in tema di fisiololgia normale e anormale del colon, come pure le sue patologie e le relative terapie, non sono progredite al passo di quelle relative ad altri organi del corpo umano. Fino a quando continueremo a pensare che 'il colon si prenderà cura di se stessò rimarremo nella completa ignoranza di quella che probabilmente è la più importante fonte di malattie in tutto il corpo". Il Dr. Norman Walker, conosciuto in tutto il mondo per aver scritto numerosi testi su come raggiungere e mantenere un equilibrato stato di benessere (egli stesso fu il migliore esempio dei suoi insegnamenti, avendo vissuto serenamente e in accellenti condizioni fisiche fino a 118 anni), scriveva circa mezzo secolo fa in un suo libro dedicato alla salute del colon che: "nessun trattamento di malattie o dolori può avere esito positivo senza che prima venga eseguita una preliminare pulizia intestinale effettuata attraverso un lavaggio". Alla fine dell’Ottocento il biologo Russo Metchnikoff, direttore dell'Istituto Pasteur di Parigi e Premio Nobel per la Medicina nel 1908 con studi sulla biologia della flora batterica intestinale, soleva affermare che "la morte ha origine nel colon".
Tuttavia, la pratica del lavaggio del colon da parte di personale non istruito adeguatamente e senza esperienza in campo medico, insieme alla conseguente mancanza di un controllo professionale e di studi appropriati, hanno portato anche ad una inevitabile resistenza alla sua accettazione da parte di altri esponenti della medicina ufficiale durante questa prima fase "pioneristica".
A partire dagli anni ‘40 lo strumentario per idrocolonterapia ha continuato ad evolvere, e nei primi anni ‘50 questo tipo di trattamento fioriva negli Stati Uniti. Il prestigioso Beverly Boulevard di Los Angeles era conosciuto come “la fila degli idrocolon”. Tuttavia, verso la metà degli anni ‘60 l’impiego delle irrigazioni coliche e dell’idrocolonterapia cominciò a declinare fino ai primi anni ‘70, quando la maggior parte degli apparecchi per idrocolonterapia venne rimosso dagli ospedali e dalle case di riposo per essere sostituiti da colostomie, lassativi e clismi monouso.
In conclusione, a partire dall'inizio del secolo scorso la idrocolonterapia ha conosciuto momenti di popolarità alternati ad altri di netto rifiuto.
Oggi, i miglioramenti apportati alla strumentazione utilizzata per il lavaggio del colon dalla moderna tecnologia (in modo particolare quelli legati alla sicurezza) e la formazione di terapisti appositamente addestrati, fanno sì che l'idrocolonterapia si stia affermando come una cura valida per il trattamento di alcune malattie e come supporto per una corretta omeostasi corporea. Attualmente sono iniziate ricerche, in campo nazionale e internazionale, per valutare i benefici e le varie applicazioni che la idrocolonterapia può offrire. Insieme con una nutrizione equilibrata, l'esercizio fisico e un'attitudine mentale positiva. la idrocolonterapia può giocare un ruolo importante nel conseguire e mantenere uno stato di effettivo benessere.

 

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